sabato 1 marzo 2014

Bilancio e prospettive dell’ Euro



Cari amici,

stasera parleremo e discuteremo di Europa. Vi vorrei parlare in lungo e in largo di che cos’è nel profondo e da lunghissimo tempo l’ Europa, nella sua storia e come modello di civiltà. Vorrei parlare dei suoi valori e della tacce profonde che l’ hanno segnata, ma la questione economica è troppo urgente.
Sappiamo che le cose da questo punto di vista vanno male, ma forse siamo addirittura messi peggio di quanto appare.


Le prossime elezioni europee saranno le più importanti nella loro storia. È già chiaro che i populismi e le tendenze anti-euro avanzeranno, rese ancor più forti dalla delusione degli europeisti e dal prevedibile forte astensionismo. Sarà un momento critico in cui si diffonderà rabbia e frustrazione, così come un senso di impotenza e di stallo.
Dobbiamo perciò prepararci alla tornata elettorale nel miglior modo possibile, ma ancor di più al dopo, alle turbolenze che seguiranno, quando i nodi saranno venuti al pettine.

Per far questo dobbiamo evitare il più possibile la retorica europeista. Dobbiamo far ricorso ai principi europeisti senza però fermarci lì. Ribadire i principi non serve a nulla se non si guarda in faccia la dolorosa realtà, se non si fanno i conti con gli errori compiuti, se non si snidano le strategie non-cooperative nel seno della Zona Euro e dell’ Unione Europea più in generale.
Va anche subito detto che le maggiori minacce provengono da quello che dovrebbe invece essere il gruppo d’ avanguardia dell’ UE, cioè dalla Zona Euro. Dobbiamo analizzare la situazione senza fare sconti a nessuno. Ora vi proporrò le mie riflessioni sul tema. Vi ringrazio già per la pazienza che avrete nello starmi a sentire.



BILANCIO  e PROSPETTIVE dell’ EURO



I VANTAGGI PREVISTI con l’ EURO


1 ) Intreccio più duraturo e profondo tra le economie nazionali degli stati-euro negli scambi commerciali, finanziari e negli investimenti.

2 ) Sinergie tra gli stati in tutt’ e tre i settori economici: industria, agricoltura, terziario (compreso il settore finanziario).

3 ) Moneta solida, cioè con un alto potere di scambio con altre monete e con alto potere d’acquisto di merci e servizi. Corollario: robustezza rispetto ad ondate inflattive.

4 ) Meno inflazione per i paesi latini e del Sud Europa, non a spese dei paesi del Nord. Cioè estensione a tutta l’ Europa dei vantaggi che i paesi del Nord già avevano.

5 ) Tassi d’ interesse più bassi per gli stati ad alto debito pubblico, ma anche per i privati ( vedi mutui ) e per le aziende ( con stimolo delle economie europee nel loro insieme ).


LA GOVERNANCE dell’ ECONOMIA EUROPEA ovvero IL QUADRO DELLE SUE REGOLE DI FUNZIONAMENTO


Invece di dotarsi di un governo dell´economia centrale, che programmasse riequilibri strutturali delle economie, transfer di risorse, dettasse politiche fiscali differenziate, l’ Unione Monetaria Europea si è data un SISTEMA AUTOMATICO DI REGOLE DA RISPETTARE ( voluto soprattutto da D, NL SF e A , ma accettato anche dalla F e subito dai paesi mediterranei ).
Senso di questo corsetto molto rigido: ASSICURAZIONE PER I PAESI “VIRTUOSI”: un fatto comprensibile ma assai problematico dal punto di vista macroeconomico.
I cardini del SISTEMA DI REGOLE:
a ) 3% massimo di deficit annuo sul PIL,
b ) 60% di debito pubblico complessivo (senza però prevedere precisi programmi di rientro),
c ) BCE totalmente indipendente dalla politica, con il solo compito di garantire la stabilità (cioè la forza) della moneta, impossibilitata a praticare qualsiasi politica espansiva ( vedi: niente acquisto di bonds statali per limitare i costi per servire il debito pubblico ).

In soldoni: la replica del modello tedesco (dagli anni ’50 in poi), con gli obiettivi macroeconomici tradizionali della Germania, con una banca centrale dotata solo di uno strumentario monetarista, senza alcun mezzo per avviare giochi cooperativi tra gli stati e tra le economie degli stati membri. Questo corsetto era il quadro ottimale per dare poi la stura al fiscalismo tedesco.


QUEL CHE È ACCADUTO E STA ACCADENDO

I ) I tassi d’ interesse bassi hanno prodotto enormi squilibri tra Nord e Sud/Nordovest. E qui la BCE ha chiaramente fallito rispetto al suo stesso mandato monetarista. Grossi flussi di capitale soprattutto da D, NL e F verso P, E, GR, IRL, ma anche tra D e F, in misura minore tra D e I.

II ) La D ha iniziato dal 2001/2002 una politica di disinflazione competitiva, facendo scendere i costi di produzione delle proprie merci. Come? Mediante il contenimento salariale, la creazione del cosiddetto Niedriglohnsektor, cioè del settore a bassi salari, la diminuzione dei sussidi di disoccupazione, le liberalizzazioni in alcuni snodi strategici dei servizi (poste, telecomunicazioni, ecc.), la riduzione del cosiddetto cuneo fiscale. Perciò ha esportato più facilmente ed in notevoli quantità i suoi prodotti verso il sud e l’ ovest dell’ area euro. Lo ha potuto anche fare perché garantiva risorse finanziarie sufficienti per un indebitamento in grande stile degli acquirenti esteri [ vedi sopra: punto (I) ]. L’ allocazione di queste risorse era ritenuta sicura per via dell’ euro.
La D ha cioè conquistato ulteriori quote di mercato a danno di tutti gli altri paesi (F compresa) ed è diventata massicciamente creditrice netta di questi paesi. Gioco non-cooperativo, anzi competitivo all’ interno dell’ Unione Monetaria Europea. Gli altri due paesi più grossi dal punto di vista manifattura, nell’ ordine l’ Italia e la Francia, sono invece rimasti a guardare.

III ) Si è creato per converso un forte indebitamento privato in E, P, IRL e GR (anche pubblico in P e GR).

Dall’ autunno del 2008 deflagra la crisi finanziaria internazionale. Dall’ estate del 2009 scoppia il caso Grecia. Ormai tutti i nodi sono venuti al pettine.
Che accade? Nell’ Europa, i paesi prestatori
a ) invece di accollarsi i dolorosi costi di un riequilibrio macroeconomico dell’ Un.Mo.Eu. ( allentamento dei vincoli statali di bilancio, dare il via almeno in parte a degli eurobonds, a stimolare il mercato interno con aumenti salariali e di spesa statali )
b ): b1) ritirano, se possibile, i capitali dal sud, b2) cercano di tappare le falle nei bilanci statali o bancari nei paesi in difficoltà (con i cosiddetti fondi-salva-stati), b3) li spingono a praticare una rigorosa politica austerità di bilancio e b$) sostengono abbondantemente, con mezzi nazionali, le proprie banche in difficoltà per l’ effetto delle due crisi (vedi: soprattutto Landesbanken, Commerzbank ecc. in Germania).

Cioè: si è praticato solo lo schema (b) senza la minima ombra dello schema (a).

La contemporanea riduzione della spesa pubblica e di quella privata in molti paesi ( per un’ area di più di 134 milioni di abitanti, pari al 40% dell’ intera popolazione dell’ Un.Mo.Eu.  // se anche la F si fosse adeguata, come spingevano e spingono i tedeschi: l’ area in austerità sarebbe stata pari al 60% di detta popolazione ) senza una compensazione macroeconomica a nord poteva solo produrre recessione prima e depressione poi, disinflazione generalizzata prima e deflazione poi. Questa sta infatti arrivando ora nella cosiddetta periferia sud cioè per una quota di popolazione dal 40% al 60% degli abitanti dell’ eurozona.


Ma è razionale tutto questo? È un bene tutto questo? Sono in tanti a chiederselo. Quasi tutti gli economisti americani qualificano questo scenario con aggettivi che vanno da “non-razionale” a “folle”. Nota bene: alcuni di loro l’ avevano anche previsto e temuto.


UN EDIFICIO CHE NON REGGE


Sia la commissione europea che il governo tedesco affermano con vigore che, pur date le due contrazioni parallele ( della spesa pubblica e di quella privata ) manca ancora un tassello. Per ottenere gli effetti risananti previsti deve aggiungersi un terzo addendo: l’ aumento della competitività delle economie dei paesi più indebitati (PIGS + I + F)
( si noti: il 60% della popolazione della Un.Mo.Eu. ). 
Le misure ad hoc: soprattutto la riduzione del cuneo fiscale, la liberalizzazione dei servizi, la bonifica delle sacche di inefficienza e di corruzione nella pubblica amministrazione. Il tutto per abbattere i costi ed essere più competitivi sui mercati esteri.
INCISO: queste sono cose sacrosante. Gravissime sono le colpe della politica italiana nel non aver attuato quelle riforme, addirittura già prima dell’ introduzione dell’ euro. Va detto però, per onor di completezza, che anche chi avrebbe voluto farle, in anni recenti, non è riuscito a trovare risorse anche grazie al rigido corsetto europeo. strada 

Si dice comunque che l’ attuazione di questa che è la ricetta tedesca dalla fine degli anni ’90 basterà.
Ma dove sarebbero gli sbocchi per questa rigenerazione trainata dalle esportazioni
-       se D + Benelux + Austria non fanno contemporaneamente e contestualmente una politica salariale e di spesa pubblica espansive, aumentando le loro importazioni dalle zone in crisi ??
-       se la BCE non dà il consenso ovvero il via ad una politica monetaria espansiva che porti l’ inflazione a viaggiare tra il 3% ed il 4% ??
-       se l’ Euro resta forte ( con un rapporto di cambio $/€ tra 1,35 e 1,40 – a volte anche maggiore) ??
Dove sarebbero gli sbocchi per la cosiddetta austerità espansiva? Su Marte, suggerirebbe l’ economista americano Joseph Stiglitz.

Il risultato di austerità + flessibilizzazione senza aumento del mercato interno del Nord Europa, senza una politica monetaria espansiva e con un euro forte può essere solo quel che abbiamo sotto gli occhi:
il piano inclinato di recessione-depressione e di disinflazione-deflazione per i paesi cosiddetti periferici (forse anche per F compresa).
Ma se questo trend si prolunga per un periodo anche medio quel che ne consegue è la riduzione strutturale del PIL e della capacità produttiva di questi paesi o il loro abbassamento dal rango dei paesi ‘prestatori di manodopera a bassi salari’ ( CZ, PL, H, HRO, RO ecc.).

La D può permettersi questo scenario ed un euro forte perché produce in larga scala una vasta gamma di prodotti di alta qualità e ad alto contenuto tecnologico da esportare dovunque, anche in USA ed in Asia. Gli altri no o molto meno, F compresa.


QUALI   PROSPETTIVE ?


Se seguissimo la D fino in fondo su questa strada avremmo, diciamo tra 10 anni, un’ area Un.Mo.Eu.  dominata dalla manifattura tedesca, con ampie aree di ‘servizio produttivo’ all’ economia egemone, in grado di rendere l’ export tedesco ancor più competitivo sui mercati mondiali  e con un euro forte. Avremmo cioè un’ area euro asservita all’ economia tedesca.

Come cartina di tornasole provate ad immaginare una marginalizzazione o sparizione delle produzioni europee non tedesche di auto. Risultato ipotetico ma plausibile:
VW produce 12 / 15 mil. di auto l’ anno;
Daimler ne produce 3 mil.;
Bmw ne produce 3 mil.
Opel Germania circa 1 mil.;
Ford Germania circa 1 mil.
Ovviamente questa enorme produzione non avverrebbe solo in Germania, ma la programmazione, in parte l’ assemblaggio, il comando economico avrebbero sede in Germania.

Non dimenticate che la produzione automobilistica fa da traino e continuerebbe a fare da traino allo sviluppo tecnologico e per altri settori ( dall’ elettronica, alla siderurgia, alle materie plastiche, ala chimica, allo sviluppo e alla produzione di nuovo materiali come le fibre di carbonio ecc. ).

Parallelamente avverrebbe un drenaggio di cervelli e un ulteriore trasferimento ovvero una concentrazione di know how in Germania.

Questo quadro non solo è inaccettabile, ma anche sintomo di una mentalità malata. Il PIL europeo sarebbe tedesco-dipendente. Le zone non agganciate o non interessanti vivacchierebbero stancamente. Ci sarebbero una crescente migrazione interna a favore del nocciolo forte dell’ Europa. Gli squilibri di ricchezza sarebbero maggiori rispetto all’ oggi. Il saldo estero commerciale dell’ Un.Mo.Eu.  sarebbe ben oltre l’ attuale 3%. Probabilmente viaggerebbe tra il 7% ed l’ 8% del proprio PIL, come l’ attuale surplus tedesco verso il resto del mondo. È forse questo il senso della politica economica europea? È forse il saldo estero a misurare le prestazioni di un´economia o dovrebbe piuttosto esserlo il livello di vita degli abitanti?

A giudicare dai fatti il vero gioco della D non sembra essere tanto europeo quanto mondiale. Ma è questa l’ Europa che vogliamo? È giusta una simile costruzione? Può reggere a lungo?



Treviglio 16 / 01 / 2014
Beppe Vandai

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